INQUADRATO

a cura di Daniela Bigi

Galleria Francesco Pantaleone Arte Contemporanea 

Palermo (IT)

19.03.2016 > 15.04.2016

 

Di fronte ad un lavoro astratto, oggi, non possiamo che tornare a parlare di “sguardo”. Lontano dagli ismi e dalle ragioni che li hanno generati, lontano dalle riflessioni di ordine teorico che dopo gli ismi hanno continuato per decenni ad esplorare le prassi, le istanze, le ideologie della pittura astratta, un giovane pittore che sceglie di dipingere un quadro astratto avverte la rinnovata centralità della questione dello sguardo, con tutte le implicazioni che le concernono.

Il duo Genuardi/Ruta, che da un paio di anni hanno deciso di unirsi in collettivo e fondere la sensibilità per il colore dell’una con la visione geometrizzante dell’altro, appartengono ad una generazione che verrebbe naturale definire meridiana, tutt’altro che uniforme nelle scelte espressive, ma di fatto omogenea nella radicalizzazione di un assunto, quello di guardare alla realtà dall’angolazione mediterranea. Parlo di meridianità rimandando evidentemente a Camus e ai pensatori che più recentemente ne hanno portato avanti le intuizioni.

Ecco, la luce di Camus, i suoi “scritti solari”, sono un riferimento calzante per molti di loro.

Pensare alla luce significa guardare al mondo spostando il punto di osservazione, alzandolo.

Per le grandi tele quadrate di Genuardi/Ruta, sostenute da interne tensioni cromatiche, da un coinvolgimento fisico necessario al raggiungimento di una forma, pensate come piani di proiezione per una rimisurazione dello sguardo, una delle parole guida è quella di finestra. Un tema pittorico e concettuale finanche scontato che chiunque abbia familiarità con la pittura e la sua storia, eppure di nuovo necessario per chi si interroga sul dove e sul come guardare. Pittoricamente, sì, e quindi, umanamente.

Nel loro vedere meridiano il quadrato/finestra è lo spazio in cui si incontrano la città e la luce, ma è anche il diaframma in cui lo sguardo occidentale si confronta con quello orientale, la finestra albertiana che affaccia sul mondo diventa la mašrabiyya, come ricorda Hans Belting, che filtra la luce e la proietta nello spazio interno, modificandolo.

Coordinate della conoscenza, entrambe, per secoli.

Questi quadrati sono costruiti sul valore di una erranza, tutta mediterranea.

Sono anche dei paesaggi. I tagli, le andature geometriche, sono quelli della luce del Sud quando intercetta l’architettura.

Mi viene in mente Derrida quando parla della cecità come condizione necessaria del dipingere.

Questi campi tensionali hanno in sé la memoria della grande tradizione novecentesca che coinvolge i muri, che si appropria dello spazio concreto e lo porta dentro l’opera mentre illude che si tratti del contrario. La memoria va dal progetto di Balla per Düsseldorf all’Esprit Nouveau di Le Corbusier ai wallpainting di Sol LeWitt. Una questione di sguardi e di geometrie che ha a che fare con lo spazio e che si interroga sul come viverlo, ma prima ancora sul come intenderlo.

C’è una tradizione della pittura astratta italiana che si lega al Mediterraneo. È stato riconosciuto più volte. Alla Sicilia in particolare.

Genuardi/Ruta pensano in particolare al Gruppo Forma 1, molti dei suoi componenti venivano da quest’isola. È proprio studiando il loro modo di intendere la forma, i rapporti tra segno e colore, che hanno preso vita le loro prime riflessioni.

In mostra tre quadrati generano un susseguirsi di proiezioni che coinvolgono lo spazio, ne evidenziano le criticità, le assorbono, spostano i pesi visivi, costruiscono un ritmo. Intanto la pittura si tridimensionalizza, fa corpo con l’architettura, esprime tensioni, i caldi i freddi gli spigoli. Poi torna nei quadrati/finestre e riprende a parlare dello sguardo e della luce. Questioni scopiche che non possono smettere di rappresentare, singolarmente e collettivamente, il modo di pensarsi nel mondo.

 

Daniela Bigi

 

INQUADRATO

curated by Daniela Bigi

Francesco Pantaleone Arte Contemporanea Gallery 

Palermo (IT)

19.03.2016 > 15.04.2016

  

Facing an abstract work of art today, oblige us to talk about the ‘gaze’. Far from the “-isms” and the reasons that generated them and far from the theories on praxis, instances and ideologies of abstract painting, if a young painter choose to go abstract it means that he warns us about the renewed centrality of the ‘gaze’ matter, with all its implications.

 

The Genuardi/Ruta duo decided two years ago to mix the color sensitivity of the one with the geometrical vision of the other. They belong to a generation that can be defined Meridian, identified with a radical point of view that is a Mediterranean angle. I’m referring to Camus idea of meridianity, and to all the thinkers that brought forward his insights. Here the light of Camus, mostly in his solar writings, are an important reference point.

 

Thinking about the light means looking at the world by moving the observation point, raising it. 

One of the central point of the big squared canvases of Genuardi/Ruta is the window. Window as a guideline between the physical involvement to get to a shape and the thought of projection bases to remeasure the gaze. It’s a very common theme, both in painting and conceptual world. Necessary if you are questioning yourself on the when and how to look and where, both in a pictorial and human way.

 

In their meridian way of seeing the square/window is the space where the city and the light meets. It is also the diaphragm where the western gaze meets the eastern gaze. The Alberti window that faces the world becomes the masrabiyya, like Hans Belting reminds us; it filters the light and project it in the internal space, changing it.

Coordinates of knowledge, both for centuries. These squares are built on the value of a wandering, all mediterranean. They are also landscapes. The cuts, geometric gaits, are those of the South when light intercepts the architecture.

I can think of Derrida when he speaks of blindness as a condition of painting. Those tensional fields bears in them the memory of the great tradition of the nineteenth century that involves the walls, occupies the concrete space and translate it into the artwork while deceiving you to the contrary.

 

The memory goes through the Balla project for Düsseldorf to Le Corbusier’s Esprit Nouveau and Sol LeWitt’s wallpaintings. It’s a question of gazes and geometries that has to do with the space and that question its own life, and more over its own intentions.

There is a tradition of abstract painting that is connect with the Mediterranean – particularly to Sicily – and it has already been recognised.

Genuardi/Ruta are specifically looking at Forma 1 group, whose many of their components are from the island. And it is by studying their way to conceive form, the relationship between sign and colour, that they first reflections are born.

In this exhibition three squares generates a succession of projections that involves the space, enlightening the critical points and absorbing them, moving the visual weights, building a rhythm. Meanwhile the painting becomes tridimensional, it becomes one with the architecture, shows tensions, the warm and cold colours and the angles.

Then it comes back to the squares/windows and start again to talk about the gaze and the light. Scopic questions that can stop representing, singularly and collectively, the way of thinking about themselves in the world.

 

 

Daniela Bigi